Perché i capi azienda alla Marchionne lasceranno Confindustria
Per capire l’addio di Fiat a Confindustria occorre volgere lo sguardo oltre il cortile di casa. La globalizzazione ha anche dato vita all’imprenditore globale. Personaggi in grado di immaginare strategie di business da mappamondo e con una personalità tale da renderle possibili. Persone maniacalmente focalizzate e quasi non più umane tanto sono concentrate nel realizzare il loro obiettivo. Negli Stati Uniti di imprenditori globali ce ne sono già un discreto numero. di Edoardo Narduzzi
7 AGO 20

Anche Sergio Marchionne è ormai diventato uno di loro, non è più un semplice manager. Lui è globale anche nel curriculum essendo nato in Italia per poi formarsi professionalmente in Canada, negli Usa e in Svizzera. Tutti mercati dove non ci sono pasti gratis. E dove ogni risultato è ormai possibile in una manciata di anni.
In questo ambiente culturale e imprenditoriale agisce e lavora il numero uno della Fiat. Marchionne, da tempo, non è più un semplice manager. Oggi il Ceo di Fiat-Chrysler incarna a pieno titolo il ruolo di imprenditore globale. E’ lui l’imprenditore che guida il progetto di costruzione di un polo automobilistico globale.
Conoscendo bene il contesto competitivo nel quale si deve muovere, dove le regole del gioco sono sempre più influenzate dalle scelte dei “comunisti” cinesi e dalla flessibilità americana di adattarsi alla mutazione del capitalismo, sa che i tempi decisionali sono diversi da quelli novecenteschi. Come tutti gli imprenditori ha in testa un progetto, una strategia e un tempo per realizzarlo. E’ proprio questa la chiave di lettura da dare alla decisione di Marchionne. Non è una spallata demagogica di un imprenditore insensibile al bene comune, ma la lucida decisione di un imprenditore globale che vuole poter decidere come i suoi pari. Del resto, la Confindustria della concertazione novecentesca è anch’essa stata archiviata dalla globalizzazione. L’articolo 8 dell’ultima manovra agostana poteva e doveva essere proposto da tempo, perché è una regola che allinea chi produce in Italia con quanto accade nel mondo. Senza competitività non si produce valore aggiunto, cioè profitti, e non si paga nulla agli aventi diritto, né salari né pensioni.
Eppoi la Confindustria è oggi un’associazione quasi senza rotta. Quando l’attuale presidente Emma Marcegaglia è stata eletta le azioni Lehman Brothers erano ancora quotate e il pil italiano più dinamico. In un quadriennio di gestione la Marcegaglia non ha centrato nessun obiettivo ricordabile. E’ rimasta imbrigliata nelle solite quattro proposte di sempre senza nessuna capacità di produrre una discontinuità strategica. Sempre i soliti convegni e le solite interviste.
In Italia Marchionne non è l’unico con il mappamondo in mano. Altri imprenditori globali popolano l’Italia. Anche a loro Confindustria, organizzazione del capitalismo che fu, sta stretta da tempo. Il Novecento è stato il secolo delle multinazionali public company, non quello dell’imprenditore globale. Una figura originale prodotta dal capitalismo più recente che l’Italia, come tante altre novità, fatica a riconoscere e accettare. Così Confindustria perde gli imprenditori a maggior valore aggiunto e si autocondanna a noiose, scontate e ripetitive convention di periferia.
di Edoardo Narduzzi